Il famoso detto tagliare la testa al toro, usato da tutti noi in moltissime occasioni nelle quali dobbiamo prendere una decisione in maniera netta troncando ogni indugio, a differenza di altri detti che hanno principalmente un’origine favolistica (come ad esempio avere la coda di paglia) questo ha invece un’origine storica e tutta italiana!
Per trovare tale origine dobbiamo tornare indietro nel tempo al 1162 quando ci fu un conflitto tra Aquileia (in mano a Voldarico, ricco feudatario di origini germanica-longobarda) e Grado (in mano alla Serenissima).
Ulrico di Treven, patriarca di Aquileia, era in contrasto con il papa Adriano IV perché quest’ultimo aveva concesso tutta la Dalmazia alla giurisdizione del patriarcato di Grado che era sotto il controllo di Venezia. Il Patriarca di Aquileia volle approfittare del fatto che i veneziani stavano in quel momento combattendo contro i padovani e i ferraresi, armò un esercito e assalì Grado, facendo fuggire il suo patriarca e facendolo rifugiare a Venezia.
Il Doge di Venezia Vitale Michiel II non aspettò molto per vendicare l’oltraggio fatto alla Serenissima e con le sue navi sorprese Ulrico, patriarca ribelle di Aquileia, il giorno di giovedì grasso di quell’anno costringendolo alla resa facilmente e facendolo prigioniero insieme a dodici canonici.
Gli arrestati furono condotti tutti a Venezia per essere processati, rei di aver, con la collaborazione di alcuni feudatari friulani, distrutto e umiliato Grado, cacciando anche il suo patriarca, Enrico Dandolo, che fu costretto a rifugiarsi a Venezia.
Dopo il processo sia Ulrico che i dodici canonici furono magnanimamente rilasciati per intercessione del pontefice Alessandro III a patto però che, a titolo riparatore e a memoria della vittoria, ogni futuro patriarca di Aquileia mandasse ai veneziani, nel giorno del giovedì grasso di ogni anno (ricorrenza della resa), un toro, 12 pani e 12 maiali ben pasciuti.
Ulrico promise ai veneziani di pagare, come tributo annuale, quanto stabilito e quindi la loro prigionia terminò e si pose fine alla questione.
I veneziani ovviamente non vedettero di buon occhio la decisione presa dal Papa ma dovettero accettare poiché era impensabile mettersi contro la Chiesa, e quindi non potendo punire energicamente Ulrico e la sua schiera di canonici, decisero, per dimostrare in ogni caso la potenza di Venezia, di trasformare la punizione in un farsa umiliandoli con una presa in giro.
Così per i veneziani il toro, infiorato e inghirlandato, e i porci rappresentarono simbolicamente il patriarca e i suoi canonici, scortati dai fabbri (favri) e dai macellai (becheri), le due confraternite che organizzavano il corteo. Quest’ultimo arrivava a mezzogiorno in piazza San Marco e lì, dopo un processo pantomima, gli animali erano condannati a morte dal magistrato del popolo ed il campione designato doveva tagliare con un secco colpo di spada la testa al toro, fra lo schiamazzo e l’applauso popolare. In questo modo, anche se simbolicamente, il patriarca Ulrico era stato giustiziato come meritava.
Da allora per festeggiare quella vittoria nel giorno di giovedì grasso (il zioba grasso) venivano uccisi ogni anno in piazza San Marco sia i 12 porcelli (simboleggianti i 12 canonici) che il toro (allusivo al patriarca Ulrico) con il taglio della testa, decapitazione eseguita dalla corporazione dei fabbri di Venezia con un sol colpo di spada.
Prima che il toro arrivasse in piazza San Marco doveva eseguire una sorta di passerella in cui il povero animale, prudentemente trattenuto con corde e scortato, procedeva per calli e piazze.
Allo scadere della ricorrenza, quindi, gli animali venivano portati in palazzo Ducale e macellati, dalla corporazione dei macellai, per tutto il popolo come simbolo di abbondanza.
L’usanza prevedeva che un pezzo di quelle carni fosse dato in dono a ciascun senatore della Repubblica, mentre i pani venivano distribuiti ai carcerati.
Quest’usanza si protrasse a lungo a Venezia e col passare del tempo si moltiplicò il numero dei tori sacrificati ma si abolì l’uccisione dei 12 porci.
Sappiamo che ancora nel 1520 si conservava la consuetudine di tagliare la testa al toro e si estese anche a tutte le città soggette al dominio veneto protraendosi anche dopo la caduta di Venezia.
L’ultima rappresentazione a Venezia, che ordinariamente si teneva nei campi maggiori, fu tenuta in campo Santo Stefano il 22 febbraio 1802.
Così finì la rappresentazione dell’evento ma non sparì il modo di dire tagliare la testa al toro che rimase nella lingua italiana dopo l’unificazione del Regno d’Italia e si diffuse in tutta la penisola.
Quindi è da questa usanza che vi ho appena descritto, dove si poneva fine alla questione tra Venezia e Aquileia col processo farsa, che deriva l’odierna espressione tagliare la testa al toro, che oggi significa togliere di mezzo gli ostacoli e risolvere in maniera definitiva, netta e a volta anche in maniera energica o drastica un problema o una questione, anche se ciò può comportare qualche danno o rischiare di scontentare o trattare ingiustamente qualcuno.
Eri a conoscenza dell’origine di questo detto? Ti risulta invece che tale modo di dire provenga da qualche altro episodio storico o da altra origine?









La manifestazione, una delle prime a essere inserite istituzionalmente nel Carnevale storico di Venezia, fu abolita nel 1520 dal doge Andrea Gritti ma venne riproposta dal 1550 e fino alla caduta della Serenissima nella sola versione della tauromachia ma senza i 12 porci che non “eran decoro alla Signoria nostra”
Ciao Marty, grazie per aver integrato e arricchito quanto da me scritto con due ulteriori informazioni.
Non sapevo che c’era stata una “pausa” tra il 1520 e il 1550 ma soprattutto reputo importantissima la motivazione dell’abolizione dell’uccisione dei porci, ora posso dire di sapere il perchè…